CAPITOLO QUARTO

Следующие части этого рассказа я буду писать на родном итальянском языке, так как на русском мне очень сложно.

Lele si è portato il cellulare. Non abbiamo percorso neanche venti chilometri che già ha squillato quattro volte. Sono le sue sbarbine, come le chiama lui. Ogni volta che il telefono suona, apre lo sportellino, abbassa il volume della radio, e a tutte, senza cambiare nemmeno una virgola, dice le stesse cose. Oh ciao bellissima come stai, sì sto andando via, si che ti richiamo quando torno, certo che ti penso, no non ti preoccupare che faccio il bravo.
—    Ma come fai? — gli chiedo.
Lui sorride sornione. — È questione di pratica. Quando impari quali sono le cose che vogliono sentirsi dire è fatta. Ma la cosa più importante, — e qui si gonfia come un pesce palla, — è farle capire da subito chi è che regge il gioco. Concedere e non concedere, tenerle sulle spine, insomma.
Lo guardo dubbioso. — Non sono molto convinto…
—    E ci credo, — dice Becco da dietro. Ha una matita in mano e sta sottolineando qualcosa in un libro. Non alza neanche lo sguardo. — Ma ti ascolti quando parli?
—    Che ce? — Lele lo fulmina attraverso lo specchietto retrovisore. — Che ne sai tu di donne?
Becco non si scompone. Poi, con un tono di falsa indifferenza, dice: — Io niente. Ma se quelle pendono dalle tue labbra devono avere un cervellino grande quanto il nocciolo di una ciliegia.
—    E con questo cosa vorresti dire?

—    Uhm, né più né meno… Ma se tanto mi dà tanto…Lele lo guarda perplesso. Non credo abbia capito che si è appena preso dell’idiota.Chiudo gli occhi e mi lascio andare contro il sedile. La Mercedes è una gran macchina, mi dico. Corre sulla strada, morbida e silenziosa. Come se pattinasse sul velluto. O come se scivolasse sospesa nel vuoto.

Fa caldo. I finestrini sono abbassati, ma di poco. Becco dice che se no, dietro, sembra di stare in mezzo alla tormenta. E poi gli svolazzano tutti i fogli degli appunti. Mi chiedo cosa abbia da scrivere in continuazione. L’immagine che ho è quella di lui curvo su un foglio bianco, il ciuffo di capelli biondi che gli scende sulla fronte e il labbro inferiore stretto tra i denti. Legge e scrive, scrive e legge. Con foga. La mano asciutta e nervosa che guida la penna sulla carta, che la costringe, veloce.

È come se Becco avesse fretta. Come se avesse paura di non riuscire a trattenere i pensieri e le parole. Come se temesse una loro fuga. Perché a volte sembra davvero che li stia rincorrendo, i pensieri e le parole. Sembra un direttore d’orchestra, Becco. Di quelli che quando li vedi in televisione, t’incanti a guardarli perché capisci, lo vedi, dal loro volto e dai loro movimenti, che loro non la dirigono semplicemente, la musica. Ma le corrono incontro. La sfidano. E Becco, in quei momenti, mentre il foglio si riempie di una grafìa stretta e minuscola, sembra davvero che corra e che duelli.

Apro gli occhi e senza farmi notare lancio uno sguardo a Lele. Mi chiedo a cosa corra incontro, lui. Muove la testa avanti e indietro, al ritmo della musica. Le labbra sporte in avanti e gli occhiali da sole gli danno un’aria dura. Non riesco a credere che sia cosi sicuro di sé come dimostra. Però, forse perché io non lo sono non è detto che non lo debbano essere anche gli altri. Forse quelli che hanno tutto non hanno bisogno di correre incontro a niente. Forse Lele con tutti i suoi soldi, col padre che gli dà lamacchina senza battere ciglio, che gli paga le vacanze in Inghilterra, forse, non ha affatto bisogno di duellare.

Non lo so. Non riesco a crederci. Richiudo gli occhi e mi lascio io andare di nuovo.

A cosa corri incontro, Lele? E io? A cosa corro incontro, io?

Alcune auto ci sorpassano. Il rumore che fanno è un sospiro rauco, quasi un risucchio. Un singhiozzo che si scioglie lontano. Nell’aria e dentro le orecchie.

Abbiamo superato l’uscita per Faenza da pochi chilometri e adesso comincia ad esserci traffico. Gente che va al mare, a Rimini o a Riccione. Le auto sfrecciano come razzi in terza corsia con Lele che non può sorpassare è costretto a rimanere per un po’ nella seconda dietro a una Tipo targata Ravenna. Il bambino biondo che ci guarda attraverso il lunotto dapprima ci sorride e ci saluta, poi ripiega le dita sul palmo della mano e lascia solo il medio sollevato. E questo fa incazzare Lele.

—    Ma guarda che stronzo!

—    Lascialo perdere, — dico.

—    Che succede? — Becco scivola in avanti e sporge la testa fra le nostre spalle.

—    Quello ci fa anche le boccacce, ma che vuoi?

—    Ma lascia perdere! È un bambino!

—    A me sembra un po’ cresciuto per fare certe cose!

—    Ma che succede?

—    Ma niente. C’è quel…

Non ho neanche finito la frase che Lele, diciotto anni quasi diciannove, tira giù il finestrino, stende il braccio, e con una faccia da indiano sul piede di guerra, solleva il dito medio e fa tiè!

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